Gio Ferri
“Letterale”

 

A Gilberto Finzi

Vienna, 9 gennaio 2013
            Caro Gilberto,
qui a Vienna dove mi trovo per lavoro sto leggendo, con la calma attenzione che merita, Diario del giorno prima.  Potrei trametterti le mie emozioni rientrato a Milano: ma il tempo libero che mi ritrovo la sera e l’urgenza di esprimerti la mia coinvolgente impressione mi consigliano di scriverti subito.

La nota dell’autore mette sulla giusta via di quel “sentimento del tempo” che ti spinge a riconsiderare la tua vita e la tua poesia (che sono infine la stessa cosa) con distacco obiettivo (ma non troppo, come avverte il punto interrogativo). E con quella convinzione di Boito, espressa nell’esergo: «Questa è la vita! L’ebete vita che c’innamora…». Disillusione e fascinazione insieme per un “ottuagenario”, come ti vuoi dichiarare (ma non è la carta d’identità che fa l’età! “Noi non siamo vecchi ma solo / diversamente giovani”), forse con qualche nascosto, ma apprezzabilissimo… e compiaciuto (?) orgoglio! Orgoglio per tutto ciò che hai vissuto, che hai fatto, per tutto ciò che ti ha visto e ti vede protagonista nella vicenda della nostra letteratura e della poesia in particolare.

Mi permetto tuttavia di non essere d’accordo sul tuo sguardo a ritroso nei confronti dei quei tuoi esercizi sperimentali che farebbero ritenere “difficile” la tua scrittura poetica. Tuo malgrado (ma forse no) questa raccolta è forse ciò che più si possa ritenere sperimentale, anche in relazione alla tua opera passata, Intendendosi per sperimentali non tanto i banali giochetti epigoni delle avanguardie e neo-, bensì un inarrestato (qui come in passato) lavorìo sul mistero della parola che segna, senza dover renderne conto (pregio esclusivo della poesia), la ragione di quell’«ebete vita che c’innamora». Perché in questa raccolta, come sempre nelle tue prove poetiche, ci sono abbastanza ambiguità e ritmicità spaziali da far ancora una volta ritenere felicemente difficili i tuoi versi – che forse superficialmente talvolta paiono prosastici, ma versi sono:

… Senza senso e senza / nuovi limiti, emozioni giganti, / vita da sorcio, evoè, evoè - / Bacco dixit – e non aveva età / ma solo armi liquide di non coscienza…

Sempre per fare un minimo esempio, quel Senza senso e senza… è un verso infinitamente finito (quindi l’a-capo non può essere arbitrario) che sottolinea il segno di una parola in bilico sul precipizio della memoria e insieme dell’incerto avvenire. Al di là del tempo, lo spazio appunto, in quanto fisicamente immaginabile - inciso in una materialità scritturale che reca perpetuamente la visibilità, l’udibilità, degli echi della mente e dei sensi.

Ma ciò che infine fortemente affascina di questa raccolta (in verità, forse, per la sua pacatezza, un poemetto della senilità) è, in questi ambiti poetico-spaziali, l’interno quieto sommovimento dell’eloquio che rammenta i passaggi di confine, non interrotti da grandi inaffrontabili cime bensì distesi in ondulazioni geologiche, ora dolcemente collinose e verdeggianti, ora sabbiose (di una rena finissima) e desertiche, ora mosse in infinitezze marine. I piccoli spazi:

… conterò / i piccoli spazi tra le cose / Che più non vedi  i luoghi / mai visitati, i sensi del mistero / volutamente ignorati, / i fermi voli delle poiane / le fontane; bere, bere / o affondare nelle riviere

Sono gli ondulati  piani paesaggi lacustri del mantovano?  Altrove: tutto si rivelò una nebbia / di lago e un inutile lampo. E i silenzi e le immaginate corse nel deserto:

… Oh miraggio, fata morgana della sorte, / lunghi attimi hai per fiorire nel deserto / come una tenda beduina / o un’oasi verde. Perché non torni a riferire / cosa c’è oltre la duna…?

… la “Parigi-Dakar” è stata nei miei sogni / più impossibili e strani / corsa / nel deserto, folle, / come un folle volo, Icaro sabbioso che può / morire di sete / solo come uno scorpione…

Le storie infinite dei mari:

… molte onde vengono e vanno / dal mare delle vicende, molte / storie sul fondo stanno / con le conchiglie e i mitili svuotati…

Tuttavia, talvolta, la custodia svuotata dell’anima, pur sempre nella pacata accettazione della “condizione umana”, non manca degli echi rivoltosi (non più dall’intensità giovanile), delle disillusioni (forse soggettivamente colpevoli per volontà di resistenza), di certe ingiustificate inimicizie, delle avversità e delle perse occasioni. Fra le molte testimonianze di vita e di poesia, perticolarmente ossesive eppure sempre senza rabbie trovo  Qualche volta a pagina 78, o ben prima alle pagine 15 e 16  Un duro scalino, un vuotoQuesto sono / ero / sarò. O ancora L’oro che ti serviva a pagina 34…

All’inizio della serie delle Ultime sette di gennaio 2012 (la raccolta come precisi introducendo e datando risale tutta al 2011) nell’abbandono e nell’impotenza, nel silenzio del mistero

… Solo / una luce preme  e ti solleva, / tu non la vedi, tu non hai speranza, / occhi bocca orecchi chiudi: / cadi nel mondo, a valle di te stesso.

C’è quindi una luce? La luce? Allora, come recita, Bernard Noël: «le monde n’est pas fini / quand le vent se lève / notre visage est différent / l’amour défait l’amour / pour devenir plus que lui-même / qui va mourir / sait que la beauté est inexorable…».

 

Scritta a Gilberto Finzi in occasione dell’uscita di “Diario del giorno prima”, Nomos ed.,  Busto Arsizio 2012.

 

 

A Guido Oldani

Lesa sul Lago Maggiore, 20 gennaio 2013

Caro Guido,
sto rileggendo, per riprendere una tua acuta analisi sulla quale ci eravamo ripromessi di ritornare, Il realismo terminale da te pubblicato presso l’editore Mursia nella ‘minuscola’ ma raffinata collana “IL picci ONE”.

Puntuali la tue intuizioni in merito alla condizione globalizzata dell’umanità dopo l’anno 2000, giungendo dalle ricchissime vicende del secolo XX, di cui cogli comunque il valore di prodromi determinanti: «Con il terzo millennio e con l’umanità prevalentemente urbanizzata cambia antropologicamente l’organizzazione della percezione della realtà, fatta largamente più di oggetti che di natura…».  Di qui la tua collocazione inevitabile dell’oggetto (inteso come prodotto) al centro di una nuova dismisura epocale, l’Era Attuale  - direi a puro livello di constatazione, oltre ogni giudizio qualitativo. Certamente, la natura… naturalmente ancora sovrasta, ma è in attesa di artificializzarsi, forse già in maniera totalizzante. Realismo terminale denomini questa condizione, probabilmente irreversibile. Ormai «Non più un aereo somiglia a un gabbiano, ma viceversa». E in ciò (secondo la tua ben nota e piacevole disposizione) non manchi di osservare anche una latitante ironia. E così puoi dire di una «democratica dittatura dell’oggetto… L’umanesimo è stato sostituito dall’”oggettivismo”…».

Affermi, e ciò è consono alla tua analisi, che la psicoanalisi appare idea troppo antica, vale a dire che il subconscio collettivo non può ormai rivelarsi se non come voglia e piacere dei prodotti – anche questa tua presa di posizione, permettimi di osservare, non svaluta ancora per la verità la scoperta psicoanalitica, junghiana in particolare.

Comunque sia, appaiono indiscutibili le profonde varianti, rispetto al passato, nelle metodologie della comunicazione (al servizio esclusivamente del prodotto): la sintesi linguistica paradossale dei fascicoli di ‘istruzioni per l’uso’, e, io aggiungerei, dei cosiddetti ‘messaggini’ trasmessi tramite telefono cellulare. E l’individuo non manipola le materie naturali per costruire gli oggetti che gli servono, bensì si serve di oggetti prodotti da altri, accettandone acriticamente la confezione. Dissolvimento progressivo del soggetto, chiami questa novità, che, per altro, già viene dalle radicali trasformazioni, nel quotidiano, della rivoluzione industriale del secolo XIX.

Tutto ciò condiziona ovviamente anche l’estetica e le poetiche, oltre che la vita prammatica. Ecco allora, noti, che il poeta metropolitano non ha più senso, quella che è cambiata è l’unita di misura… Il poeta, profeta dell’infinito (leopardiano?!), ora «nel realismo terminale… è solo uno zero» rispetto all’infinitezza dei prodotti… Il poeta è divenuto conseguentemente «“le bon à tout faire”, idoneo solamente ad affrontare il bricolage del realismo terminale».

Concludi, non senza profonde giustificazioni, la tua… inesorabile profezia: «E che dire in particolare della poesia, che si muove come se nulla fosse accaduto di nuovo, o peggio dichiarando una complessità del presente, così complessa da essere quindi inutilizzabile ai fini di una modificazione del poetare stesso?... La poesia odierna… è come la vivida luce di una stella, che continua a fluire… (quando) la stella è morta da tempo».

Caro Guido, proprio da qui, per noi amanti viscerali della poesia (ma quale poesia?), e  dell’arte e della musica, potrebbe iniziare, se tu fossi d’accordo, la discussione, venendo proprio dalla tua, per tanti aspetti, indiscutibile analisi. Proverò in poche parole a suggerire un’ipotesi di colloquio. Tuttavia, senza nulla voler imporre, ovviamente, devo rimandarti per ogni approfondimento – in quanto fosse necessario – a due dei miei saggi elaborati in proposito, uno antico, pubblicato propriamente da Mursia ed., La ragione poetica. Scrittura e nuove scienze (1994), e uno recente, pubblicato in “Testuale” n.47-48, Vita, Storia, Poesia, Nichilismo (2009). Ai quali aggiungerei una serie di miei interventi dal 1998 ad oggi, e anche antecedenti, su riviste diverse (“Carte Segrete”, “il Verri”, “Testuale”, “Microprovincia”, “Hebenon”, “Fondamenta Nuove”, ecc.).

Posso ora osservare comunque in breve quanto segue , ma il discorso, per l’appunto, a mio avviso è tutto ancora da sviluppare.

Nella tua indagine assolutamente condivisibile tu – secondo coerenza – collochi il problema del realismo terminale nel territorio della Storia, Ma in merito alla Storia possono nascere non poche perplessità, se si rammenta, per esempio, la posizione di J.Luis Borges che sottolinea come nei giochi d’azzardo le cifre pari e le dispari tendano all’equilibrio: ciò varrebbe per l’universo macro e micro quale sistema di precise compensazioni. Se noi, in senso biologico prima che personalistico, possiamo dire d’essere nel fare, dovremo chiederci: fare cosa? Se vale il detto di Borges la tensione del fare tende all’equilibrio, allo zero… al Nulla. Cosicché, per la caduca Storia dell’uomo e per le sue contingenze infine, nulla è tutto ciò che abbiamo fatto, nulla è tutto ciò che faremo. Anche perché la Storia, la nostra particolare storia, non quella universale, biologica, cosmologica, è destinata a finire. Affermazione che dovrà tuttavia essere intesa con riferimento alla storia di una qualsiasi civiltà utilitaristica, là dove, come osservi, si giunge al dominio degli oggetti,  ormai solamente come vicenda della incapacità umana d’essere umanistica. La storia come una landa desolata, percorsa da selvatiche e incoscienti mandrie affamate, che tutto distruggono, calpestano, ciò che tuttavia quasi subito risorge, per essere ancora calpestato e così via.

Ma l’uomo non può non coltivare le sue illusioni: di qui la necessità, quando lo voglia, di cogliere ancora una volta l’insensato senso di vivere nel nulla. Nel fare quotidiano e utilitaristico senza senso, in quanto destinato allo zero della perpetua compensazione. Tuttavia si dà un’altra necessità – forse altrettanto illusoria, ma comunque liberatrice: il desiderio e il piacere, biologico e cosmologico, di un fare non utilitaristico e assolutamente gratuito. Fuori dalla landa dell’impossibile storia finalizzata al finibile. Un’altra storia, senza tempo, spaziale e nullificante per progetto e non per violenza impositrice: la vicenda perpetua del fare come poiéin, poesia, arte, musica…

La poesia non tende allo zero delle contraddittorie compensazioni, la poesia è di per sé lo zero – necessariamente, biologicamente, viva senza necessità. Là dove il segno energetico si
sviluppa oltre ogni fine nella scala a chiocciola del DNA. Quella scala che viene evocata dalla colonna tortile del Bernini, dalla colonna analogica per modelli astratti di Brancusi. E nelle ipotesi fisico-matematiche della, del tutto concettuale, Quarta dimensione (quella che trova Alice oltre lo specchio, in un mondo paradossalmente rovesciato).

In questa evenienza l’oggetto si dà senza utilità prammatica come pura energia. E l’accumulo degli oggetti non ci sovrasta se non come accumulo di energie. Queste cose le avevano comprese DaDA e Duchamp, Rauchemberg e i neo-DaDA. Gli oggetti, in sé (ready-made) e nei loro rapporti analogici, liberati comunque da ogni prammatico utilizzo, divengono forme di energia. Ma li incontriamo, colloquianti, anche in un dipinto silente di Morandi… E anche la parola poetica come oggetto può rivelarsi tramite analogiche energie – penso alla poesia di Sanguineti, a Joyce, a Gadda… Ma anche in tanti simbolisti ed ermetici, e in Zanzotto, per esempio, a saper leggere con la disposizione di una trivellatrice, si possono portare allo scoperto simili imprevedibili e in-leggibili (per dirla con Gramigna) aree di materia energetica, vitale, liberante (dal totalitarismo della prassi utilitaristica) totalità.

Il realismo terminale potrebbe rivelarsi perciò come interminabile materialistica energia. Il riscatto dell’oggetto come energia e non più come prodotto. E l’affermazione del poeta oltre il banale collezionismo di bricolages.
Che ne pensi? Esprimo queste mie opinioni – solo accenni - propriamente sollecitato dalla tua analisi. Potremmo, ovviamente, riparlarne.

Scritta a Guido Oldani in occasione della mia rilettura di “Il realismo terminale”, ed.Mursia, Milano 2010.

 

 

A Annamaria De Pietro

Lesa sul Lago Maggiore, 15 marzo 2013
            Cara Annamaria,
ritengo che possa farti piacere riprendere quanto osservai la sera in cui alla galleria “Il quinto cortile” di Milano presentammo la tua ponderosa (per mole e contenuti) raccolta………..

            Dissi allora che mi congratulavo innanzitutto con l’Autrice, ovviamente, e con Adam Vaccaro per questa splendida edizione di “Milanocosa” dedicata alle tue poesie dal 1998 al 2000.

            Raramente, al di là della qualità grafica,  ho visto una copertina di una raccolta di poesie così appropriata ai testi, e in generale rivelatrice della stessa poetica dell’autore.
            Rammentavo (quanto quasi tutti sapevano), riferendomi alle lezioni scolastiche di fisica  richiamate dal titolo, l’esperienza, nel 1654 in Ratisbona, del fisico di Magdeburgo, Otto von Guericke (se ricordavo bene, e non Geuricke, secondo un piccolo refuso della scheda d’invito): due semisfere metalliche unite ad incastro (ma non saldate) in una sfera, nella quale aprendo una valvola si è creato il vuoto, grazie alla pressione dell’aria esterna non possono essere separate nemmeno dal tiro di 15 cavalli da una parte, e 15 dall’altra. Il vuoto interiore (l’anima del vuoto, del Nulla prolifico) la vince sul pieno (una realtà sovente mistificatrice, quando non venga letta nei suoi vuoti).

            Ma non finisce qui il messaggio della copertina. E’ riprodotto, aperto, l’ Uovo imperiale, prezioso monile d’orificeria creato nel 1885 per la Zarina Marija Fëdorovna. Le due mezze sfere, appunto aperte, rivelano – straordinaria metafora – un tuorlo d’oro (ovviamente trattandosi di un uovo), una gallinella, una corona imperiale e una goccia di rubino pendente da una catenella. Sottolineavo quanta natura, quanta storia, quanta sacralità (seppur imperiale!) può nascere entro il vuoto di due sfere congiunte. Entro il vuoto in generale.


            Il vuoto è riempito dalla vita, o in questo caso dalle metafore della vita. Il vuoto resistente ad ogni pressione o ‘violenza’ esterna, la ricchezza di ciò che in questo vuoto può nascere è credo il miglior simbolo per cogliere la dismisura di una poesia, questa, poesia, tanto criptica quanto rivelatrice di senso. Senso. Senso delle energie della comunione, vs/. la comunicazione. E perciò non banale prammatico significato. La poesia offertaci in questo volume, e assolutamente coerente con le tue esperienze  poetiche, rivissute in passate pubblicazioni.

            Non è un caso, fra l’altro, che tu ti affidi alla cognizione di leggi fisiche: lo dimostrano le rigorose misure della tua versificazione, l’astrazione verbale  attraverso la quale cogli non tanto la realtà, quanto appunto le sue pieghe nascoste, le sue rivelazioni che vengono dalla vuota aura (infinita di spazi), e dalle cose in essa osservate e vissute.  Dalla pienezza nascosta della natura.

            Certo: la tua poesia non è di facile lettura. Il lettore deve non tanto interpretarla quanto penetrarla, fra verso e verso, fra immagine ed immagine. Viverla nella sua presenza metafisica (e insieme ‘materialistica’ – fra virgolette – in quanto riferita alla parola come materia). La presenza appunto nascosta delle cose. Che è poi la pienezza del vuoto. Di quel Dio-come-Nulla (perciò come Tutto) di cui dicono certi mistici, quale per esempio il tedesco Meister Eckhart. Il Nulla dal quale esplode la dismisura dell’universo.

            Non potevo in quell’occasione al “Quinto cortile” in breve tempo approfondire sui testi questi concetti, o se vuoi ipotesi, che fanno di questa tua poesia (per dirla con Giulia Niccolai per la poesia in generale), la testimonianza verbale e spaziale – atemporale – di una meditazione  che sfocia dal buio del Mistero vitale, vorrei dire biologico e atomistico, e cosmologico, in illuminanti rivelazioni. Sorprendenti epifanie.

Sapranno i lettori, e qui gli ascoltatori – dicevo - con qualche non superficiale concentrazione, aprire il Primo Uovo Imperiale. Per non rubare molto tempo mi limitai alla lettura di un breve testo, quasi preso a caso  tenuto conto della tua rigorosa coerenza scritturale .Andavo perciò alla pagina 34 del volume:

“Niente, e trionfo innominato
(profezia del mare amaro)”

Tromba d’oro clamante dentro ai vuoti,
e rottura di stanghe, e anelli aperti
da sùbita incursione, crudi avventi
di grimaldelli fortunosi e ignoti –
e l’aria preme contro i muri inerti
le sue grinze mutevoli e ferventi
senza lode o sentenza, e sono assenti
sopra i timoni le strette dei piloti.

Forse, letta questa poesia, è troppo facile trovare  concrete allusioni con quanto già si è detto teoricamente in generale. Posso giurare, sicuro che mi crederai: ho individuato specificatamente questo testo solamente dopo, scorsa pur con una prima attenzione la raccolta, aver espresso quanto ho detto in merito alla mia ipotesi sulla tua poetica.

Tromba d’oro clamante dentro ai vuoti, è l’invasione trionfale della parola pooetica entro la camera svuotata d’aria e ancora priva di senso;

la sùbita incursione è l’ispirazione fulminea dopo la pur meditata e programmata invasione,  non facile, perciò con l’uso di grimaldelli, per spezzare stanghe e catene (rottura di stanghe e aperti anelli);

i grimaldelli sono fortunosi e ignoti: si sono resi disponibili inconsciamente offerti dall’ignoto – inteso anche secondo l’inconscio personale e collettivo (possiamo pensare a Jung);

l’aria preme contro una vita rassegnata (muri inerti), ma la vivifica, il soffio d’aria, con la dinamica, anche ritmica (grinze mutevoli), delle sue naturali proprietà mutevoli e ferventi; perché non pensare all’aria come soffio demiurgico che (vedi Genesi) impregna la materia inerte del cosmo?

senza lode o sentenza: la vita e la poesia, nella loro oggettuale presenza, non sopportano né lodi, né sentenze giudiziali;

sono assenti sopra i timoni le strette dei piloti: la poesia e la vita sono aperte alla libertà, libere appunto da ogni costrizione – nessuno può guidare la poesia, perché è la poesia che guida.  Sebbene la navigazione abbia pure i suoi perigli e le sue amarezze (rileggiamo il titolo, e quel mare amaro ).

Questa, ripetei, è una mia personale lettura: ma il testo è aperto ad infinite attenzioni che lascio a chi voglia rileggere questa e altre poesie. Tu stessa (chi meglio di te?) mi potràai ovviamente contaddire!!

Rivolta ad Annamaria De Pietro in occasione dell’uscita della sua raccolta di poesie “Magdeburgo in Ratisbona”, Milanocosa ed., Milano 2012

 

A Alberto Mari

Lesa sul Lago Maggiore, 20 febbraio 2013,
            Caro Alberto,
ricorderai che più volte ho detto (per es. in“Testuale” 47-48/2009) del tuo prezioso lavoro poetico e grafico in paricolare quale  amante ed esperto di cinema. Dei tuoi accumuli grafici – collages su collages di frammenti di frammenti. Cumuli mentali che si sviluppano ‘cinematograficamente’, sorretti dalla nostalgia piuttosto che dall’angoscia.  Non che l’angoscia non ti investa talvolta (dirai di uno “svolgimento frenetico”). Ma la tua capacità di manipolare la parola e l’immagine l’acquietano infine in una sorta di atarassia da… sala cinematografica… Sparire per ritrovarsi dentro, oltre, lo schermo d’ombre. Nel buio nichilistico della sala, ambiente del tutto estraneo alla vita del fuori. Il tuo riferimento cinematografico più deciso, come tu stesso ci spieghi, è per altro Vertigo di Hitchock, frenesia dell’abisso, rischio, vortice. Mistero, precipizio sul nulla. Ma senza disperazione…

            In questa mostra all’”Officina Coviello” di Milano, ci offri una serie di coinvolti e coinvolgenti collages in bianco e nero. “Noir” appunto, con uno sguardo appassionato al ‘vecchio’ cinema.
Negli accumuli grafici, che vanno attentamente percorsi, ognuno di noi può scoprire tutti i suoi umbratili e divistici, e fanciulleschi, piaceri: personaggi-attori di un tempo infine pur sempre presente, non foss’altro grazie alle riprese della TV.

            Certo: è una mostra che può essere apprezzata (al di là della tua indiscutibile maestria tecnica e formale) soprattutto dagli spettatori delle generazioni anni ’30-’60, tuttavia i più giovani che siano appassionati di cinema e insieme di visual poetry, possono scoprire mondi sconosciuti, la cui bellezza retro è forse superiore alla attualità di un confuso e impoetico racconto disperso in assurdi effetti speciali. Come si può sfuggire al fascino delle neoromatiche storie in bianco e nero narrate… in Casablanca, Angelo azzurro, Metropolis…? Polizieschi e avventure del proibizionismo, della nuova frontiera… viaggi on the road … e così via per cinque decenni di ombrose, angosciose, divertenti (la commedia americana!) meraviglie in bianco e nero. Ci sono, a completare questa appasionata mostra, alcuni pannelli felicemente a colori: ma il fascino del tuo Noir, e del noir poetico è insostituibile.

Scritta a Alberto Mari in occasione della mostra “NOIR” all’Officina Coviello di Milano (20 febbraio 2013).

 

A Laura Pierdicchi

Lesa sul Lago Maggiore, 25 febbraio 2013

Cara Laura,
sto leggendo Voci tra le pieghe dei passi di cui ti ringrazio. Indubbiamente è una delle tue raccolte più commosse - e formalmente articolate in quella rappresentazione a più voci (quasi teatrale, drammatica) che rivela un colloquiale andante sinfonico. Anche la divisione in tre tempi riporta ad analogie musicali.

Il dialogo, il ‘dibattito’ a più voci, i contrasti (ancora in senso musicale), si articolano tra esperienze contingenti, e sublimazioni linguistiche sovente assai raffinate. E c’è anche una appropriata scenografia costante; quella Venezia che tramonta austera / … /  una vecchia signora / che si lascia addobbare / per fingere di non sapere. Altrove dici: per sopravvivere si impara a fingere… Metafora forse della nostra fuga lungo un tragitto… pregno di semi sparsi… Storie personali, famigliari, collettive che rivelano una vita in trasformazioni in cui il conflitto interno è totale. E biologico, oltre la quotidianità, se il sangue incide il cambiamento.

Recentemente (ma è un mio vecchio discorso) m’è capitato di ribadire il rapporto dialettico fra realtà e poesia. I nostri piaceri, drammi, resistenze quotidiane, sovente plateali, non possono essere in sé la poesia.  La realtà non contingente, invece, perciò non caduca, è silente - quella che ci segna misteriosamente nel flusso sanguigno, appunto, nella dismisura dei sensi, nel lavorio creativo della mente. La poesia come realtà: un volgersi congenito, biologico, incancellabile, ancorché nell’inconscio individuale e collettivo. Leggo: Non si tratta di una resa indifferente nell’agitato movimento quotidiano. Il fine è giungere al quieto istante e lacerare il velo dell’ignoto. Io parlo della mia condizione. Del sangue che mi scorre ardente nelle vene al cuore al pensiero…

Tutto ciò non può prescidere dai valori formali, intendendosi la forma come apparizione tangibile di quella verità silente. La tua poesia è poesia perché è attenta alla forma. Leggendo la tua raccolta rilevo tre occasioni di scrittura che possono indicarci la strada per la forma come valore di quella realtà sensitivamente sublimata.

- Antonia Pozzi: “Venezia. Silenzio. Il passo / di un bimbo scalzo / sulle fondamenta / empie d’echi / il canale”. C’è un ritmo tanto vitale e vero, quanto non udibile. E’ il soffio dell’ignoto che si rivela a chi sa sentire.

- Giorgio Caproni: un grande poeta, forse, che tuttavia in questo caso non sa incontrare la verità se non nella banalità del sentimento, in cui l’iterazione nulla rivela se non una ovvietà,  e perciò non può coinvolgere. “Senza di te un albero / non sarebbe più un albero. / Nulla senza di te / sarebbe quello che è”. Né la canzoncina rimata (sanremese?!), così superficiale, può fare poesia.

Ma ben diversa è la tua… soluzione poetica di un sentimento che, per qualche aspetto, potrebbe ritenersi simile a quello di Caproni: La tua casa di polvere / nel viale del silenzio / è quello che mi resta. // Tu vivi in me / tutti i tuoi giorni in me - / sono gravida di passate emozioni / ma nel presente vuota.  L’ambiguità poetica degli echi nel viale del silenzio, così come lungo il canale di Antonia Pozzi; l’immaginifica presenza/assenza della memoria incistata nella circolazione sanguigna, fanno del tuo istante poetico un momento epifanico di squisita bellezza.

Ovviamente molte altre cose ci sarebbero da dire affacciandoci a questa tua rappresentazione tra le diverse voci che si insinuano nelle pieghe dei passi.

Scritta a Laura Pierdicchi in occasione dell’uscita della raccolta ”Voci tra le pieghe dei passi”, ed del Leone, 2013.

 

 

A Michelangelo Coviello

Lesa sul Lago Maggiore, 25 febbraio 2013

            Caro Michelangelo,
bello Soul street, per le poesie (un poemetto) e per le immagini di Granaroli. E preziosa l’edizione
alla chiara fonte”.
            Ovviamente non ho ancora letto tutto, perché il flusso di scrittura è coinvolgente e ricchissimo di proposte tematiche e formali. Conosco in parte la tua poesia, ma questo, forse, a mio gusto e piacere, è fra i testi che più scopro vicini: un poco alla mia povera esperienza poetica attuale, ma soprattutto a quella dei miei (nostri) anni ’70/’80. Non voglio naturalmente dire che… guardi all’indietro! Tutt’altro. Ma la memoria, leggendoti,  mi riporta a quel periodo (ora da te finemente rivisitato secondo la mia disposizione di lettore) che era segnato dalle mie affrascinanti scoperte della città, dei suoi luoghi fantasmatici, delle notti ricche di eventi minimi, ma passionali di un tempo … sperimentale… di vita, di amicizie, di scritture – forse, anzi sicuramente irripetibile. E c’erano le mie, e credo tue, letture appasionate e conturbanti della poesia on the road. Ora rileggo in questi tuoi testi l’anima (soul), l’interiore sensazione di quelle strade cittadine, e oltre.  Racconta Kerouac ne I sotterranei: “… con quell’angelo della solitudune appollaiato sulla mia spalla mentre quella sera scendevo per la calda Montgomery Street…”

            Non ti dispiace se dico, leggendoti, che entrambi, malgrado la differenza d’età, siamo figli, appassionatamente e incancellabilmente segnati, da una delle epoche più ricche e innovative della letteratura del ‘900: Gruppo 63 in parte, ma forse, soprattutto appunto quell’avventura statunitense.

            Per straniamento anche onirico trovo passi del tuo poemetto che con le loro paratattiche costruzioni,  aprono al lettore (a me) ambiguità inesplorate che dalla street conducono all’interiorità conturbante dei luoghi, e dei misteri inconsci di quell’angelo della solitudine:

… tra la folla che vacilla, cammina / a passi corti, verso il centro di sé / della notte che vola su tutto il percorso / della birra che apre i corpi e li sfonda / … /… notte / che sbrana tutto, si allarga fino a coprire / la differenza di un’unica preghiera / come animali nella notte / mangiarsi, sopravvivere, la vita / da attraversare in quella di un altro / io non volevo saperne di verità / ho incontrato un angelo, non sapevo cosa dire / … / c’era un gruppo per strada che viaggiava / nel tempo che anticipava tutto / anche il mio futuro e c’ero anch’io…

E’ un passaggio evocativo di rara armonia intima, tuttavia anche spezzato in una notte dalla colonna sonora, fra gli asintattismi, e le iterazioni, anche jazzistica. Infine un esercizio animistico (soul) e linguistico tutto da esplorare. Cosa che ancora farò.

Scritta a Michelangelo Coviello in occasione dell’uscita del poemetto “Soul street”, ed. Alla chiara fonte, Milano 2013

 

 

A Adriano Accattino

Lesa sul Lago Maggiore, 27 febbraio 2013
            Caro Adriano,
in occasione di una delle più recenti mostre al tuo Museo di Carale, seguita da un vasto e interessantissimo dibattito fra esperti e autori, m’è capitato di riproporre al pubblico alcune osservazioni che ritenevo, sebbene agli addetti già ben note, utili a fare il punto della situazione sulla Visual poetry. Le riprendo qui indirizzate a te anche perché non vadano perdute. Si tratta di racconti ben conosciuti dagli addetti, ma forse vale la pena di riparlarne (come feci a Carale) a beneficio di tanti giovani appassionati curiosi di una storia che ha fatto epoca a metà del secolo scorso, ed ancora sollecita interessi creativi e critici.

            La definizione in lingua inglese di Visual Poetry ci toglie dall’imbarazzo di scegliere fra etichette variamente discusse, ma nella sostanza, salvo rare eccezioni (quali per esempio, poesia concreta e poesia tecnologica), scarsamente differenzianti: poesia visiva, visuale, verbo-visuale, grafica scritturale, libro-oggetto… e simili.

            Il termine Visual Poetry e i relativi prodotti sono conosciuti fin dalla fine degli anni Quaranta del XX secolo, nel contesto dei movimenti artistici e letterari, specialmente in Italia e in Francia, che presero il nome di Neo-Avanguardie, riferendosi per vari motivi alle esperienze delle Avanguardie cosiddette Storiche, dei primi vent’anni del secolo. Con richiami addirittura alla poesia dell’ultimo decennio dell’Ottocento (esempio ormai classico: l’invenzione scritturale aperta e dinamica di Stéphane Mallarmé).

            Le diverse operazioni creative, sovente nei progetti e nei risultati contraddittorie, possono complessivamente unificarsi, di massima, in una prassi comunemente diffusa: la valorizzazione della scrittura, manuale, tipografica e recentemente computerizzata, in senso (o non-senso) formale e insieme espressivo – strettamente espressionistico, oppure concettuale. Con diverse insistenze sul citazionismo richiamato da collages, decollages, frottages, ecc. In definitiva è sempre presente nelle opere di Visual Poetry un rapporto dialettico e sovente con-fuso fra lettera, parola, slogan, immagine.

            E non si possono negare parentele più o meno strette con gli importanti movimenti artistici e pittorici del secondo ‘900, quali la Pop-art, l’Espressionismo astratto, l’Informale. Mentre non va nemmeno dimenticata, in parallelo, la scrittura musicale innovativa degli spartiti nel tentativo di trascrivere una gestualità spaziale e fonica. Nell’ambito degli operatori della stessa Visual Poetry non mancano le sperimentazioni vocali e sonore (si pensi, solo a titolo di esempio, ad Arrigo Lora-Totino e alle performances di Adriano Spatola). Come non si possono valutare scambi assai stretti con il design e con le creazioni tecnico-pubblicitarie.

            Si può senz’altro sottolineare il fatto che la qualità, non importa quanto ‘estetica’ secondo l’antico concetto, della Visual Poetry stia comunque nel piacere del segno come epifania poetico-originaria, significativa della dinamica ed eclettica visione del mondo - prammatica, biologica, cosmologica – del secolo XX, e dell’attuale.

            Ma il connubio stretto fra immagine e scrittura e scrittura come immagine viene da molto lontano, sebbene nei secoli e nelle diverse aree geografiche le cause e le finalità di queste esperienze si siano presentate in modalità particolari, per tecniche ed intenti. Si pensi ai carmi figurati di Simias di Rodi e di Teocrito (III sec.a.C.), e di Venantius Fortunatus (VI sec.d.C.). Nonché i Liber figurarum di Gioachino da Fiore (IX sec.)Opere di poesia figurata si creano per tutto il Medio Evo, e poi nel Rinascimento e ben oltre fino a François Rabelais (XVI sec.), Giambattista Pisani (XVII sec.), Laurence Stern (XVIII sec.). Di particolare interesse storico e figurativo sono inoltre le micro-iscrizioni ebraico-cabalistiche. Più recentemente invenzioni nell’area della scrittura visuale si possono far risalire a Lewis Carroll, a Christian Morgenstern, a Guillaume Apolinnaire. Decisiva, per la moderna poesia visuale, è l’esperienza di Stéphane Mallarmé con il suo famoso poema Un coup de dés jamais n’abolira le hasard (1897).

Superfluo nominare le scritture medio-orientali e orientali, quali l’ebraica, appunto, l’araba (dal grande valore decorativo), la cinese, e così via.

            Nel secolo XX la pratica pittorica e scritturale del connubio parola-immagine si è espressa in movimenti di fondamentale importanza artistica e persino ideologica, fino alle rivoluzioni della stessa visione espressiva del mondo della comunicazione, della poesia e dell’arte: Futurismo, Cubismo, Surrealismo, Dadaismo. E intorno alla seconda guerra mondiale, e oltre fino ai nostri giorni, il Lettrismo (fondato da Isidore Isou), il Neo-Dada, la Pop Art, Fluxus e la Conceptual Art.

            Dopo il 1940 la Visual Poetry ha destato interessi creativi e critici particolarmente in Italia, in Francia, in Gran Bretagna, nell’Europa Orientale, nelle Americhe e in Giappone. Basti nominare a puro titolo d’esempio Die Wienner Gruppe (1954-1960), Augusto De Campos, Ronaldo Azeredo, Décio Pignatari, José L.Grünewald, Max Bense, J.Hamilton Finlay, Jiři Kolář, Henri Chopin, Julien Blaine,  Jean-François Bory, Ferdinando Krivet, Sebastiano De Carvalho, Yasmo Fujitomi, Shoachiro Takabashi, Toshihiko Shimizu, etc.

            In Italia in modo particolare si sono dati, e ancora sono operative tendenze non unitarie ma tuttavia, di massima, coinvolte in ricerche analoghe. Può valere qui qualche generico accenno. E si perdonerà – quando sia rivolto ai singoli autori - l’uso, divulgativo, non sempre coerente e strettamente appropriato di etichette generiche, ma pur sempre significative di una certa maniera creativa.

            Si può dire della Poesia Concreta, realizzata con caratteri tipografici, a sottolineare l’esaltazione formale (quasi architettonica) delle singole lettere stampate. Una sorta di paesaggi di lettere, di ritmi, anche ossessivi, di segni, dattiloscritti, trasferiti, e ora computerizzati. Il poeta-artista e performer forse più importante, da considerarsi in qualche modo l’antesignano del genere, è Adriano Spatola, fautore, oltre la stessa poesia concreta, di una poesia totale. Della stessa area creativa Giulia Niccolai, Franco Verdi, e, con una certa scusabile approssimazione, Arrigo Lora-Totino, Carlo Belloli, Nanni Balestrini, Mirella Bentivoglio, Liliana Ebalginelli, Gian Paolo Roffi…

            Poesia Tecnologica, basata su relazioni scritturali ed espressive – talvolta ideologico-politiche – di scritture anche manuali, graffiti, immagini dai mass-media e dalla pubblicità (o dalla pubblicità sfruttati), collages e decollages. Fra le prime invenzioni le opere di Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Sarenco…

            Scrittura Simbiotico-Analitica, realizzatasi sovente in immagini pittoriche, spaziali e minimali. Possono essere letti secondo questa definizione (sempre, naturalmente, con approssimazioni riferite alle singole personalità e prammatiche esperienze) Ugo Carrega, Martino Oberto, Emilio Villa, Magdalo Mussio, Luciano Caruso, Luca Patella, Rodolfo Vitone, Nicola Frangione, Paolo Barrile, Bertola & Vitacchio…

            Osservazioni a parte possono essere, soggettivamente, mirate sulle esperienze più personali di Vincenzo Accame (l’ossessione della micro-scrittura manuale), di Roberto Sanesi (pittore della parola poetica volta alle significazioni discorsive, narrative e insieme spaziali e coloristiche), di William Xerra (fra scritture coniugate con reperti pittorici classicistici o barocchi), di Emilio Isgrò (con le sue criptiche cancellazioni di testi a stampa antichi e moderni)…

            Fra i più recenti operatori, sempre approssimativamente inseribili in azioni ruotanti intorno all’eclettico concetto di visual-poetry, vanno nominati, fra gli altri, Gino Gini (pittore di mappe verbo-paesaggistiche-itineranti, sul tema del viaggio, e dell’Immagine mitica nell’arte), Fernanda Fedi (pittrice e scultrice di segni primitivi, sovente egizi ispirati al Libro dei Morti), Alfonso Lentini (con i suoi ‘sonetti’ visivi), Alfio Fiorentino (con accumuli di scritture non lontani dalle esperienze dell’arte povera).

            Pur sempre coinvolti in interessi prossimi alla visual-poetry, ma di fatto più vicini alla pittura, o alla scultura, e, anche con realizzazioni formali-tridimensionali, al libro oggetto sono Massimo Mori (fra l’altro raffinato performer), Maria Pia Fanna Roncoroni (con i suoi libri di legno inchiodati), Alberto Mari (fra accumuli di pittura, collages, fumetti, reminiscenze cinematografiche), Ruggero Maggi (con le sue installazioni di scritture luminescenti). Fra pittura, scrittura, segno minimale, superfici azzerate vive la pura concettualità della pagina in Irma Blank. I racconti concettuali, segni, scritture, collages di Adriano Pasquali.

            Molti poeti visivi (anche fra quelli fin qui nominati) negli ultimi quarant’anni hanno partecipato all’esperienza internazionale della Mail-Art, nata da una costola del movimento di Fluxus. Negli Stati Uniti alcuni noti artisti provenienti dalle esperienze dell’Arte Povera e Neo-Dada decisero di liberarsi, almeno in parte, dalla tirannia dei galleristi e dei mercanti scambiandosi corrispondenza creativa e analogica in lettere, cartoline, pacchi unici e personalizzati, recanti messaggi, per lo più materici (oggettini personali, ricordi familiari, fotocomposizioni, resti del proprio vestiario, composizioni di vario materiale, etc.), e, ovviamente trattandosi di vera e propria corrispondenza postale, commentati con scritte, poesie, grafie, segni più o meno significanti. E annulli filatelici unici e personalizzati. Nei decenni l’idea ha coinvolto migliaia di artisti di ogni parte del globo. Non trascurando, fra l’altro, la partecipazione di corrispondenti non propriamente artisti figurativi (sebbene si sia sempre trattato di scrittori e poeti). In Italia il merito di aver organizzato importanti esposizioni di Arte Postale va soprattutto al poeta visivo e performer Gianni Broi. Storica la mostra da lui curata La Posta in gioco del 1990 alla Galleria degli Uffizi di Firenze, nell’ala delle ex-Poste Regie.

            Alla stessa Visual Poetry possono farsi risalire le migliaia di graffiti (spesso banali e disordinati, ma talvolta pregevoli) che ormai invadono i muri di tutte le città del mondo.

Scritta a Adriano Accattino riprendendo alcune esposizioni storico-critiche sviluppate e discusse in un dibattito del 2011 tenutosi al Museo di Carale di Ivrea durante una importante mostra di Visual Poetry.